“Non si può fare che vivere”

“Non si può fare che vivere”

Cronaca di una morte annunciata e poi scongiurata, a suon di musica. La recensione-intervista con l’autore

Un capogiro inatteso, le gambe che non tengono più, e d’improvviso il mondo crolla.

Catapultato in una dimensione bianco sterile, con i passi ovattati lungo le corsie d’ospedale come sottofondo, e un quadro clinico incerto che non lascia molto ben sperare: anzi. E poi, il miracolo della medicina, la potenza dell’amore, e il potere salvifico e catartico delle parole per raccontare un’avventura che ha il sapore di un calvario e il finale, ancora aperto, di un lento e progressivo ritorno alla vita.

Alessandro ha appena compiuto 50 anni,

una casa a Torino, un compagno affettuoso, una mamma giovanile e sportiva, una vita piena di impegni e interessi diversi che vanno dalla musica all’arte, dalla danza alle lingue straniere. Lavora come guida turistica nella sua città, e come vocal coach. Periodicamente si esibisce, canta in un coro barocco, organizza pieces che mischiano varietà al pop e alla musica classica (un esempio su tutti, il fortunato Gastone e la Divina). E poi, quel maledetto 25 novembre in cui tutto cambia. Ce lo racconta Alessandro stesso, nel suo nuovo libro-diario “Anatomia di un ricovero”, che porta anche quella data nel titolo.

Dopo il tuo malore e il ricovero quasi immediato, hai dovuto aspettare qualche tempo per avere una diagnosi certa, una encefalopatia tanto inattesa quanto terribilmente estenuante. Come sono stati quei giorni, che ricordo ne serbi?

In realtà, la diagnosi non è arrivata tardi, ma quasi subito, e con una prognosi che definire nefasta è un eufemismo: all’epoca mi hanno dato solo pochi giorni di vita. Quello che mi ha tenuto un po’ sospeso è stato non sapere se la cura avrebbe funzionato: di questa patologia non si sono registrati casi, almeno a Torino, negli ultimi 30 anni circa.

Immagino che l’impatto psicologico della diagnosi sia stato devastante. Eppure, almeno una parte di te è rimasta incredibilmente lucida e salda: nel tuo libro affermi “Mi pare un po’ troppo come punizione. Io non muoio”. La forza dell’attaccamento alla vita.

Io sono sempre stato un po’ ironico e burlone – i poveri OSS mi detestavano cordialmente, perché facevo il cretino, in continuazione. Quando mi hanno dato la prognosi, mi sono detto “Eh vabbè, adesso se proprio devo morire, morirò ridendo”. 

C’è stato un momento, durante il ricovero e la riabilitazione, in cui ti sei sentito perduto? E quando, invece, ti sei detto quel bellissimo “esisto ancora” (citazione dal libro, n.d.a.) perché sapevi, hai sentito di avercela fatta?

È stato quando ho saputo che la cura stava funzionando. Sono stato sottoposto ad una cura sperimentale, e, su di me, questo farmaco di nuova generazione (che quindi all’epoca dell’ultimo caso, 30 anni fa non esisteva), ha funzionato invece.

Non solo durante il ricovero e la riabilitazione, ma anche dopo le dimissioni dalla clinica sei stato circondato da un amore e un affetto straripanti. Immagino che questo abbia contato tantissimo nel processo di ripresa.

Decisamente sì. I miei amici di sempre, come Antonella e Irene, e ovviamente Maurizio [l’allora compagno, ora marito, n.d.a.], mi sono stati costantemente vicini. Ho avuto al mio fianco anche Titti e Tata e tutta la mia “famiglia romana”, nonostante la distanza. E soprattutto mia mamma, con la sua forza incrollabile e la sua fiducia in me, “tu ce la fai”, mi diceva. È una donna incredibile, mette sempre gli altri prima di se stessa, per me una roccia. Mi sono sentito poi intensamente circondato dall’affetto di tutti gli abitanti del comune di Calasca, il mio paese adottivo. Io non sono mai stato particolarmente credente, però ho sentito, sulla mia persona, la forza della devozione popolare. Ora è una cosa importante anche per me, e avrò un ex-voto nella chiesetta della Madonna della Gurva, che ha a che fare con la Milizia tradizionale di Calasca [di cui fanno parte anche i fratelli di Maurizio!, n.d.a.]

E poi, ad un certo momento, hai deciso di voler raccontare la tua odissea. Quando è nata l’idea del libro, da cosa è scaturita?

L’idea del libro è nata gli ultimi giorni di ricovero. Quando sono stato dimesso mi sono tornati dei flash, dei lampi, e ho voluto fissarli per iscritto. Infatti il libro è tutto al presente, non uso mai il tempo passato, solo ogni tanto concedo un futuro, perché volevo proprio dare l’idea che quella cosa stesse succedendo nella mia mente nel momento esatto in cui la scrivevo e in cui veniva letta. Dopo le dimissioni la mia mano sinistra, che era stata quasi paralizzata, era ancora molto, molto debole, quindi ho digitato il libro, seduto al computer, soltanto con la mano destra – ed è stata una fatica non indifferente! Però sentivo che le parole venivano fuori da sole, era quasi come se non fossi io a scrivere.

Una volta avviato il progetto di “Anatomia di un ricovero”, Alessandro è ricorso ad un crowdfunding per finanziare la pubblicazione del libro. La risposta è stata immediata, e la partecipazione (forse al di là delle aspettative iniziali) ha consentito di andare in stampa in tempi rapidissimi. 

Io non avevo i soldi per pubblicare, e questo libro quindi nasce grazie alle donazioni di moltissime persone, amici e conoscenti, anche “insospettabili”, colleghi da tutta Italia, alcuni non li ho neanche mai incontrati di persona. Tutti, insieme a tutti gli amici e le amiche più care, mi hanno aiutato. È chiaro che si è formato un cerchio di affetto che, alla fine, salva. 

Cosa ha significato per te questo mettere nero su bianco le tue emozioni? Viene naturale pensare ad una forma di catarsi, di esorcizzazione quasi.

Sì, una “catarsi” in un certo senso. Immagina solo che, nonostante siano venute molte persone a trovarmi durante il ricovero, la mia vita sociale era di fatto completamente annullata. Quando si rimane un po’ in una specie di gabbia che ti impedisce di parlare, di muovere le gambe, e anche solo muovere un braccio per prendere un oggetto ti risulta difficile… ecco, dopo essere stati così, quando poi la corazza si apre, esce quello che deve uscire.

25 novembre – Anatomia di un ricovero, di Alessandro Cora, con le illustrazioni grafiche di Valentina Montresor (ed anche una foto di Imago & Verba!), può essere ordinato ad Alessandro attraverso l’email anatomiadiunricovero@gmail.com.

Se ne prevede presto una ristampa, e una versione a fumetti: “L’dea è quella di fare del racconto una specie di favola dark, con fantasmi e fantasmini nei fumetti, e con un lieto fine, per fortuna”, ci anticipa Alessandro. Per ora, ci godiamo le emozioni che si srotolano di pagina in pagina, accompagnate da una colonna sonora che è parte integrante della narrazione in prima persona.

Un’opera che tocca molti generi e li armonizza insieme, un po’ poesia e un po’ diario, quasi una breve sceneggiatura per quella commedia che chiamiamo “vita”.

Campeggia in ogni pagina una frase-motto, la cui eco rimane sospesa nell’aria (e nell’anima) a lungo anche dopo aver chiuso il libro:

Non si può fare che vivere

Grazie, Alessandro. 

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