Attraverso la lente, per vincere le proprie paure: Mannequins a Lisbona
Attraverso la lente, per vincere le proprie paure: Mannequins a Lisbona
Chi fotografa, sa.
Sa che dietro l’obiettivo il nostro, personale, soggettivo punto di vista diviene tutt’ad un tratto universale, quando quel preciso attimo – quel dettaglio: quel frammento di evento – rimane impresso nel fotogramma.
Conosco Chiara quasi per caso, una di quelle coincidenze che a vederle bene coincidenze non sono. E la casualità fa anche sì che quando inaugura la sua mostra personale a Lisbona io sia lì, e possiamo finalmente incontrarci di persona, e tra brindisi e racconti posso rubarle qualche momento, nella sala affollata della Tasca Mastai – punto di riferimento per molti italiani lisboeti o solo di passaggio.
La storia
La storia è quella intima, familiare, della Chiara bambina
Forse si rammarica di non averne mai chiesto al nonno le ragioni, ma tant’è: è il novembre del 1979 (Chiara deve ancora nascere) e una alluvione sommerge Isola Liri, nel frusinate, e all’indomani dell’ondata il nonno raccoglie, con pazienza da collezionista, ciò che risulta portato via dalla piena. Tra queste cose sparse, dei manichini in gesso, da vetrina, forse già dismessi, di certo già usati e usurati e ancor di più danneggiati nell’evento. Raccolti, i manichini vengono relegati nel famigerato “secondo piano” della casa, in attesa. Chiara racconta il “secondo piano” come il non finito della casa, quel non luogo in cui si tengono le cose perché non si può mai sapere, il “luogo della mia paura“ dice espressamente.
Sono lì. Sconnessi, sbrecciati. Disarticolati.
Chiara Bruni, fotografa
Chissà dove sono finiti, quei manichini inquietanti. Chissà se ne ho ancora paura.
Chiara ormai sa che non sarà una ballerina. Chiara imbraccia la sua macchina fotografica e inizia a offrire la sua visione sul mondo, le sue visioni del mondo.
Racconti di viaggio – ma non aspettatevi una guida o le più facili delle foto-cartolina pronte da instagrammare: lei stessa ci invita a riflettere sui dettagli, su quei dettagli che colpiscono la nostra attenzione e cambiano la nostra idea di ciò che stiamo vedendo (1).
E poi, le paure. Il suo First Study About Fear parte dall’idea di raccontare attraverso la lente fotografica la paura di volare: quasi che quelle rappresentazioni di nuvole, riprese dall’oblò, avessero il potere di liberarla (e liberarci) di quel timore, di quel brivido irrazionale lungo la schiena di chi sale le scalette di un aereo con riluttanza.
Ed è forse qui che prende corpo l’idea, un’idea a cui Chiara ha iniziato a dare sostanza quasi due anni fa. La paura. E allora perché non tornare alle paure dell’infanzia? Che ne sarà ora di quegli inquietanti manichini? Sarà ancora tutta lì, quella paura che sanno incutere?
Second Study about Fear: Mannequins
“Dapprima li fotografavo così, come stavano, dove stavano. Quasi ancora ne subivo il fascino inquietante e negativo.
Poi ho iniziato ad avvicinarmi. A metterli in posa. A lavarli. A portarli fuori dalla casa, su un prato. A guarnirli di dettagli e altri oggetti…”
Un processo creativo che va di pari passo con il superamento della paura. Mentre parla, mostra il suo libretto che racchiude parte della raccolta, quegli scatti pensati per essere visti mentre li si sfoglia con le mani. È quasi un esorcismo, mi viene da commentare. Sì, mi conferma lei, è quasi un esorcismo. Scrive lei stessa “I miei occhi incontrano una pupilla di plastica. Il dialogo è assurdo. ‘Posso guardare dentro le tue ferite. E tu? Tu lo sai leggere un cuore?’ È l’inizio di un viaggio dove il tempo non scorre […]. Posso cambiare il passato perché non esiste più”.
E la fotografia diventa il mezzo attraverso cui questo esorcismo si compie.
Quasi una terapia.
Quel distacco che l’obiettivo garantisce al fotografo, quella necessaria distanza, che offre invece allo spettatore una verità, un frammento di realtà, in cui egli stesso può ritrovare la propria. Così, dopo essere stati relegati al “secondo piano”, l’attesa dei manichini del nonno è terminata. Un evento particolare, una esperienza personale, uno strumento universale. Una fotografia d’arte che mi ha fatto pensare alle parole di Paolo Pellegrin, quando in un’intervista disse: “Le foto hanno un significato particolare quando sono capaci di darti una chiave di lettura, di farti entrare in un piccolo universo che non conosci e di svelartelo” (2).
Mannequin è in mostra a Lisbona presso Tasca Mastai, in Rua da Rosa 14, fino alla fine di febbraio.
Chiara dice di questo suo progetto: MANNEQUINS è un approccio alternativo a quel sentimento che costringe a distogliere lo sguardo: la paura. Rappresenta un punto di vista del tutto personale. Bisogna trovare un modo per liberarsi dei propri demoni, questo è il mio.
Di più su Chiara Bruni fotografa qui https://chiarabruniphotography.com/
e qui https://www.instagram.com/chiara_bruni_photography/
Questa mostra è un evento del movimento indecisionista, che tra Lisbona e Berlino lega tra loro persone (e personalità, e personalità artistiche) diverse, li trovate qui https://indecisionisti.wordpress.com/
e qui https://www.facebook.com/indecisionismo/
(1) Chiara Bruni, Cosa guardo di una città: Il viaggio è l’occasione che hanno i dettagli per colpire la tua attenzione: non è il posto che cambia, ma la tua idea rispetto a quello che vedi.
(2) Mario Calabresi, A occhi aperti, Contrasto 2013