Portogallo, mon amour!!
Portogallo, mon amour!!
Mi sveglio presto. È il mio ultimo giorno qui, voglio respirare l’odore del mare fino a farmi scoppiare i polmoni.
La valigia è pronta, un unico dubbio. Fare finalmente la turista, e andarmene un po’ in giro… o camminare di nuovo fino alla spiaggia, lasciarmi lambire i piedi dall’acqua gelata, prima di tornare? Qualche nuvola, spessa, grigia, e incredibilmente bassa, sembra suggerire già la soluzione plausibile. Ma non resisto, mi metto comunque il costume da bagno – e poi, maglia a maniche lunghe, e felpa, è fresco in fin dei conti…
Metto in moto, mi fermo. Il cielo è bellissimo. Tra le nuvole, sprazzi di blu. Pliiiin, un messaggio. Pliiiin, un secondo messaggio. “Ehi, sono andato a Cova do Vapor, ma non c’erano onde buone… vuoi fare lezione più tardi?”
Uh, già, avevo dimenticato. Ultimo giorno di vacanza, ultimo giorno di surf. Mi va di surfare? Forse. Ma… Cova do Vapor? Non conosco questa spiaggia. Santa GoogleMaps, controllo veloce. Sono in auto, è a pochi minuti. Sono curiosa, adesso, e decido di andare. Dopo risponderò. Dopo, forse, penserò se fare la turista, sulla via per l’aeroporto. Dopo. Ora voglio respirare il mare, ancora una volta.
Cova do Vapor. È proprio dove il Tago si incontra con l’Atlantico, acque verdi e blu lo circondano da ogni lato. La rada per le barche da pesca, è ancora mattino presto e sono appena rientrate, e lo scivolo per calarle in acqua.
Lisbona, da lontano, pigra sulla sponda sinistra del fiume, sembra ancora assopita dopo le sbronze del venerdì sera. Qui il fiume, lì l’oceano. Villaggio sghembo, poche case, forse un paio di centinaio di abitanti.
Poche persone per le stradine, il bar sta aprendo. Qualcuno torna a casa, un bambino ride da dietro le finestre. Un gatto veloce, carcassa di pesce in bocca, schizza via talmente rapido che mi chiedo se l’ho visto davvero o solo immaginato.
E finalmente arrivo in spiaggia. Il sole non ce la fa a bucare le nuvole. Il vento è leggero, ma costante. Tiro su il cappuccio, e respiro.
La spiaggia è vuota. No, meglio: non c’è essere umano, ma la spiaggia è decisamente popolata. Me ne accorgo ancor prima di vederli: gabbiani.
Sono lì, a riposo. Uno stormo intero, centinaia di gabbiani. In silenzio, si spostano appena sulla distesa di sabbia. Aspettano che faccia giorno sul serio…
Finalmente vedo qualcuno, laggiù tra le onde. Sono onde talmente rotte e incostanti che solo body surfer sono in acqua. Deve essere divertente, non l’ho mai provato, il body surf.
E mano a mano che mi abituo al chiarore che filtra tra le nuvole e si riflette sulla sabbia chiara, vedo anche loro, i pescatori con le loro canne, sui moletti costruiti per fermare l’erosione, la forza violenta dell’oceano. Sembrano eroi, lassù, attenti e silenziosi, in piedi a distanza quasi regolare l’uno dall’altro, quando qualche raggio di sole finalmente ce la fa, a passare le nuvole.
La risacca. L’onda contro il molo. Qualche gabbiano che si alza in volo. Di tanto in tanto, i surfer lanciano un grido, è divertente.
Rompo gli indugi. Il sole è ormai salito, mi tolgo le scarpe. E anche la felpa. Corro per andare a riva, a bagnarmi i piedi, corro, e corro attraverso i gabbiani… loro si alzano, volano un po’, riempono il cielo per un attimo, e il bianco contrasta col blu, e io sento l’acqua fredda intorno alle caviglie, il viso al sole, che pace!, che meraviglia!
Libertà.
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