Una sera, a Istanbul

Una sera, a Istanbul

Istanbul, adiacenze di piazza Taksim.
Studiosi europei, reduci da un ricevimento organizzato per il congresso a cui partecipano, camminano veloci mentre discutono su dove andare a cena.
Cercano un ristorante bello, pulito, non importa se un kebab costi 10 volte tanto il suo effettivo valore: deve essere un posto *cool* alla maniera europea, e chissene importa se finiremo a mangiare hamburger e patatine.
Le strade sono sporche, la gente si muove veloce, simitci vendono le loro ultime ciambelle salate. Profughi siriani e curdi ad ogni angolo, sotto i portoni, sui marciapiedi.
Gli studiosi europei parlano in inglese tra loro, ridono senza guardare l’umanità che li circonda. Potrebbero essere ovunque, la scena sarebbe identica, Roma Parigi Berlino, direbbero le stesse maliziose verità sui colleghi non presenti, sui loro stipendi, sulle difficoltà del loro lavoro.
Ma una persona presta poca attenzione al chiacchiericcio in una lingua non sua. Quella persona conosce Istanbul, ma non la riconosce più. Quella persona riesce a cogliere più facilmente le mezze frasi dei profughi negli angoli e sui marciapiedi, che le strategie inutili degli europei affamati.
Quella persona li sente, i poveri dell’Est, i disperati di una metropoli che sembra scoppiare, ed è sorpresa. Ridono. Scherzano. Sono felici di un sorriso, e della risata di un bambino.
Ci sono delle donne, appunto, con una nidiata di piccoli di ogni età: stanno tagliando un cocomero, passano le fette ai loro figli nipoti o chissà che. Li rimbrottano bonarie, li invitano a mangiare, e i bimbi aspettano il loro turno con l’eccitazione come per un regalo inatteso.
Quella persona li vede, incrocia i loro sguardi, non può fare a meno di sorridere e dire “Afyet olsun, buon appetito”. Le donne sorridono a loro volta, ringraziano. E poi, piccolo miracolo dell’umanità che non possiede nulla se non il proprio cuore, invitano quella persona a mangiare con loro: “Buyurun, prego, ne vuoi anche tu?”, allungando una fetta.
Quella persona, in quel momento, sa che non andrà a cena nel ristorante *cool* con gli altri europei, quella persona dice alle donne, “date la mia fetta ai bambini, grazie”, “che dio ti benedica” rispondono loro, e, sempre sorridendo, continuano a distribuire fette rosse punteggiate di semi.

Quella persona si sente un po’ felice, un po’ triste, non si riconosce nei suoi compagni di camminata. Si scusa, si congeda: probabilmente farà andare a casa il simitci comprandogli le ultime ciambelle, o forse non mangerà per niente.

Vibra in modo quasi assordante quella semplice verità, che il vero possesso, la sola ricchezza è quella di chi ha un cuore generoso. Che quando si ha poco o nulla, il valore di ciò che si ha è talmente grande da non poterlo tenere solo per sé: si condivide, al costo di un sorriso.

(Roma, luglio 2015)

Foto: Gezi Park, Istanbul. Settembre 2014

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